Lo scambio del soldato
Il padre di Bergdahl incarna i sospetti sul militare liberato
Bob Bergdahl si è lasciato crescere una barba da asceta per “tenere il conto del tempo” da quando suo figlio, Bowe, è stato catturato dai talebani, una specie di clessidra biologica della sofferenza. Ma anche, ammette, un modo per creare una sintonia sotterranea con i sequestratori del figlio, membri di un popolo fiero e profondamente religioso che non è poi così distante dalla stoffa umana dei contadini dell’Idaho, serafici e timorati di Dio.
18 AGO 20

Bob Bergdahl si è lasciato crescere una barba da asceta per “tenere il conto del tempo” da quando suo figlio, Bowe, è stato catturato dai talebani, una specie di clessidra biologica della sofferenza. Ma anche, ammette, un modo per creare una sintonia sotterranea con i sequestratori del figlio, membri di un popolo fiero e profondamente religioso che non è poi così distante dalla stoffa umana dei contadini dell’Idaho, serafici e timorati di Dio. Queste improbabili consonanze Bob le ha scoperte mettendosi a studiare la storia del popolo afghano, immergendosi nello studio del Pashto per penetrare nelle menti e nei cuori degli uomini che hanno tenuto prigioniero il suo unico figlio maschio per cinque anni. Era andato lì per conquistare i cuori e le menti del nemico, ma l’esperienza della guerra lo aveva annebbiato. “Questa gente ha bisogno d’aiuto, e invece deve sopportare la più presuntuosa nazione del mondo che dice loro che non valgono nulla, che sono stupidi”, ha scritto Bowe nella sua ultima email ai genitori. L’episodio di un bambino afghano schiacciato da un blindato americano lo aveva profondamente scioccato. La risposta del padre aveva in oggetto un precetto chiaro: “Obbedisci alla tua coscienza!”. Qualche giorno dopo il soldato è stato dichiarato DUSTWUN, semplicemente scomparso nel codice degli acronimi militari.
Dal giardino delle Rose della Casa Bianca, Bob ha usato la lingua degli afghani del sud per dire “ti voglio bene” a Bowe, il quale nel corso di tutta la prigionia potrebbe non aver sentito una parola d’inglese, ma anche – ancora una volta – per mostrare una specie di empatia nei confronti del nemico. I suoi amici dicono che in questi anni di studio, ascesi e attivismo per la liberazione del figlio, la fascinazione di Bob talvolta si è pericolosamente confusa con i sintomi della sindrome di Stoccolma. Tre anni fa, in un video pubblicato su YouTube, ha ringraziato i talebani che “si sono presi cura di nostro figlio per due anni”, definendoli allo stesso tempo “carcerieri e ospiti”. Il segno visibile della cattività del sergente Bergdahl in questi cinque anni è stato il cambiamento del padre, uomo dei boschi di profonda fede calvinista che per tutta la vita ha guidato furgoni dell’Ups in quel remoto angolo d’America, salvo poi vedere suo figlio scomparire nelle mani del nemico. Bob si è dedicato con tutta l’anima alla salvezza del figlio, con campagne di sensibilizzazione, pressioni politiche, manifestazioni di ogni genere, implorando il governo di rilasciare prigionieri talebani in cambio di suo figlio. E in origine la Casa Bianca si era mostrata interessata a un’iniziativa potenzialmente spendibile in campagna elettorale. Poi lo slancio è scemato. “All’inizio chiedevamo ai talebani di prendersi cura di nostro figlio, ora temiamo che il nostro governo non sia abbastanza preoccupato da negoziare”, aveva detto. Sarebbe andato di persona a cercarlo fra le montagne del Pakistan, ed era anche in contatto con un capo talebano locale.
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“A prescindere dalle circostanze” - Ora che il figlio è stato liberato in cambio di cinque comandanti militari detenuti a Guantanamo, i conservatori insorgono per le trattative con il nemico e per i sospetti che Bergdahl fosse un disertore dell’esercito, forse persino un traditore dell’America. Le interviste intrise di rabbia dei suoi compagni di battaglione sono esplicite. Il volto barbuto del padre, la sua lingua forestiera, il suo attivismo venato di sentimenti ruvidi verso la patria sono diventati riflessi dei sospetti intorno alle circostanze che hanno portato il figlio nelle mani dei nemici. E’ anche riaffiorato un suo tweet della settimana scorsa, poi cancellato, indirizzato a un portavoce dei talebani: “Sto ancora lavorando per liberare tutti i prigionieri di Guantanamo. Dio ripagherà la morte di ogni bambino afghano. Amen”. Per l’attivista conservatore Allen West il messaggio è la “pistola fumante” della defezione del padre. “Pagheremo un prezzo per questo”, ha detto l’ex vicepresidente americano, Dick Cheney, unendosi alla schiera di proteste. Il capo delle Forze armate, Martin Dempsey, ha assicurato che la giustizia non farà sconti. Barack Obama durante la conferenza stampa a Varsavia si è trovato sulla difensiva: i nostri uomini vanno riportati a casa per dovere sacro, “a prescindere dalle circostanze”. Ma per alcuni le circostanze sono imprescindibili.